giovedì 28 febbraio 2013

Comunicato del 28 febbraio 2013

Formulo al rettore eletto Giacomo Pignataro i migliori auguri di buon lavoro. Come ho già dichiarato all'esito della prima votazione, confido nel fatto che il collega Pignataro saprà mettere a frutto la ritrovata compattezza dell'Ateneo, manifestatasi in questo secondo scrutinio, per mobilitare tutte le energie della comunità universitaria, al fine di affrontare i delicati problemi che ci attendono nell'attuale fase difficile per il Paese e per la sua Università.
Enrico Iachello

giovedì 21 febbraio 2013

Comunicato del prof. Enrico Iachello



Prendo atto del risultato elettorale favorevole al collega Giacomo Pignataro. Mi auguro che, come ho sempre sostenuto anche in pubbliche interviste, chiusa la competizione elettorale la comunità accademica ritrovi la compattezza indispensabile per affrontare i delicati e difficili problemi che ha di fronte.

Enrico Iachello

lunedì 18 febbraio 2013

Appello per Enrico Iachello

Siamo ormai quasi al termine della competizione elettorale per la carica di Rettore. Nel complesso, una competizione serena, anche se non sono purtroppo mancati alcuni episodi poco gradevoli e pressioni talvolta eccessive.
Sentiamo il bisogno – soprattutto nell’attuale rincorrersi di voci, che mira a predeterminare il risultato che solo lo spoglio di giorno 21 potrà in realtà rivelarci – di ribadire il nostro sostegno a Enrico Iachello.
Il suo programma si è rivelato il più rigoroso nell’affrontare i drammatici problemi del nostro Ateneo, a seguito della progressiva riduzione del fondo di finanziamento ministeriale, e nell'indicare la strada da percorrere per risolverli, evitando demagogia e promesse facili a dirsi e impossibili a mantenersi. Mettendo da parte conflitti interni più o meno legittimi e l’inutile ricerca di alibi, la sua proposta fa appello alla nostra responsabilità e al nostro impegno, l’unica leva su cui possiamo direttamente operare. In altri termini, ci invita a uno sforzo per cambiare il nostro Ateneo, senza affidarsi a proclami roboanti sì, ma vuoti. Sarebbe forse più comodo, apparentemente anche più conveniente, rifugiarsi nel solito slogan «piove, governo ladro», immaginando che i nostri problemi siano solo colpa degli altri. A tanti può anche fare piacere dipingere un quadro della situazione tanto tranquillizzante, quanto purtroppo non corrispondente alla realtà. A nostro avviso, si tratta di strade non percorribili, pena la definitiva marginalizzazione del nostro Ateneo e il default.
Occorre, piuttosto, individuare soluzioni concrete, immediate e fattibili, quali sono quelle prospettate da Enrico Iachello. La via da imboccare è quella, faticosa ma gratificante, del miglioramento della nostra qualità; ciò significa, anzitutto, fare diminuire il numero degli studenti fuori corso e aumentare la nostra produttività scientifica, fattori che ci hanno sin qui penalizzato nella distribuzione della quota premiale del fondo di finanziamento ministeriale. Da qui anche la proposta di una democrazia meritocratica (riservare l’elettorato passivo per la cariche accademiche, ma anche eventuali deleghe, ai colleghi posti nei primi due quartili delle graduatorie di merito).
La storia di Enrico Iachello, il suo percorso accademico e il suo impegno a servizio dell’Ateneo, prima da preside e ora da consigliere di amministrazione, hanno rivelato la sua piena dedizione alla nostra Istituzione, unita a un approccio rigoroso e ricco di saggia inventiva, tutte caratteristiche che lo rendono meritevole di essere alla guida del nostro Ateneo, un Ateneo che sia soggetto culturale attivo e propositivo, fattore di sviluppo del nostro territorio.

Salvo Adorno, Vicedirettore Dipartimento di Scienze Umanistiche
Gabriella Alfieri, Presidente Fondazione Verga, Accademica della Crusca, Dipartimento Scienze Umanistiche
Carmelo Crimi, Direttore Dipartimento di Scienze Umanistiche
Febronia Elia, componente CDA Ateneo
Marcello Lattuada, Dipartimento di Fisica e Astronomia
Ida Nicotra, Dipartimento Seminario Giuridico
Dario Palermo, Direttore Dipartimento di Scienze della Formazione
Giovanna Tempera, Direttore Dipartimento di Scienze Bio-Mediche


venerdì 15 febbraio 2013

Le priorità dell'Ateneo

Testo pubblicato (con qualche taglio editoriale per esigenze di spazio, qui proposto in versione integrale) su «La Sicilia» del 14 febbraio


Credo che la priorità ‘assoluta’ per la nostra Università, così come per il Paese, sia oggi quella di affrontare la situazione rappresentando correttamente la verità dei fatti ai propri interlocutori e, in particolare, al corpo elettorale, smettendola con la ‘fiera delle promesse’. Occorre porsi di fronte la realtà drammatica del Paese, e in esso della sua Università, se vogliamo uscire dalla crisi. Si richiedono uno sforzo e un impegno straordinario. Così come il nostro territorio vede messo a repentaglio il suo livello di benessere (meglio: quel che ne resta), anche il nostro Ateneo è a rischio.

Si esamini un dato: il contributo del Ministero (il cosiddetto FFO) assegnato all’Ateneo catanese è stimato, per il 2013, in circa 165 milioni di euro (corrisponde alla cifra del 1998); la spesa per i nostri stipendi è pari a 178 milioni. Per quest’anno, con i risparmi fatti in passato e con le riduzioni di spesa degli ultimi esercizi, riusciremo ancora a garantire un servizio adeguato. Dall’anno prossimo, la situazione può precipitare e rischiamo di essere costretti a indebitarci.
Questa è la verità. Che fare?

L’unica strada percorribile consiste nell’attingere sempre di più al fondo premiale del Ministero. Una parte crescente delle risorse ministeriali viene distribuita agli atenei in base ai risultati raggiunti; in particolare, rilevano i risultati della didattica (per adesso ‘misurati’ essenzialmente sulla regolarità del percorso di studio degli studenti) e la produttività della ricerca scientifica. Per entrambi i fattori, il nostro Ateneo può adoperarsi per migliorare il livello delle entrate: la media nazionale dei fuori corso è del 33,5 %, la nostra è superiore al 45%. Per la ricerca, i primi indicatori ci dicono che siamo sotto la media nazionale. Non sono dati che si possono cambiare rapidamente, ma appunto per questo disegnano un’emergenza da affrontare urgentemente e in modo rigoroso. Non abbiamo risorse da investire se non noi stessi. Dobbiamo impegnarci di più nella didattica e nella ricerca.

Sono necessari: 
a. più attività didattica e più tutorato;
b. personalizzare il percorso formativo dei fuoricorso, con uno scadenzario credibile per il conseguimento della laurea;
c. stabilire rapporti organici con le scuole per attivare iniziative di orientamento, ma anche di conoscenza del background studentesco (in modo da ‘calibrare’ le nostre lezioni).

Per la ricerca occorre:
a. dare vita a un osservatorio che ci consenta di ‘entrare’ nel merito di essa, in modo da individuare punti di aggregazione scientifica, ma anche in modo di orientarla in parte sulle esigenze del nostro territorio;
b. non avendo risorse sufficienti per incentivare economicamente chi produce migliore ricerca, dobbiamo riservare le cariche accademiche a chi occupa le posizioni più elevate (i primi due quartili) nelle graduatorie di produttività scientifica. Questo non è un ‘espediente’ per incentivare la produttività scientifica, ma un principio di coerenza per un Ateneo che deve puntare sempre più sulla qualità: il governo dell’Ateneo, a partire dal rettore, deve essere affidato ai docenti che questa qualità garantiscono con il loro lavoro.

Un’altra priorità del nostro Ateneo: ridefinire il nostro ruolo nel territorio, qualificandoci come risorsa per lo sviluppo. Negli anni in cui sono stato preside, il Monastero dei Benedettini è diventato punto di riferimento per l’attività culturale della città. In un dialogo con il Comune, la Provincia e soprattutto la Regione, occorre individuare nel settore dei beni culturali un settore strategico per lo sviluppo dell’Isola; ciò anche attraverso l’incentivazione di iniziative in sinergia pubblico/privato, che riconoscano all’Università il ruolo di leadership scientifica.

Più in generale, occorre dialogare sul serio con le organizzazioni imprenditoriali, sindacali, sociali, per comprendere di quali competenze il nostro territorio abbia bisogno; ciò vale per i corsi di laurea, e vale soprattutto per i master. Da qui bisogna ripartire anche per affrontare in modo positivo lo ‘scandalo’ della formazione nella nostra Regione: agli imprenditori e ai sindacati va richiesto un piano di formazione legato alle reali opportunità di inserimento nel mondo del lavoro; alle istituzioni universitarie può essere affidato l’accreditamento degli enti e il controllo di qualità dei corsi.

Uno dei punti di forza della presenza nel territorio dell'Ateneo è la sanità. Ma l’Ateneo vi interviene e deve potervi intervenire a partire dalla sua specificità: la formazione dei medici, cioè dando priorità a didattica e ricerca. L’assistenza è importante, ma nell’ambito di questa mission didattico-scientifica. Invece la Regione, tramite i suoi direttori, ha sinora spinto a forzare l’attività del Policlinico sul versante ospedaliero. Ma il Policlinico universitario o è un teaching hospital o non esiste. E chi formerà i medici di cui ha bisogno il nostro territorio? Occorre garantire un ‘governo clinico’ del Policlinico.

Per svolgere un ruolo di rilievo, l’Ateneo deve mobilitare al meglio il suo apparato amministrativo. Al direttore generale e alla dirigenza bisogna chiedere di fornire servizi sempre più efficienti, in grado di facilitare l’azione dei docenti. Occorre por fine ai punti di frizione tra burocrazia e docenza. Occorre, però, prendere atto che il rapporto di forze è del tutto a sfavore del personale tecnico-amministrativo, avendo meno tecnici e meno amministrativi degli altri atenei di dimensione pari alla nostra. Dobbiamo, nel reclutamento, tenere conto di ciò in modo adeguato, così come della necessità di stabilizzare i nostri ‘precari’. E per non fare demagogia, dico che le risorse possiamo prenderle solo dai risparmi stipendiali provenienti dal trasferimento sul bilancio regionale del personale del Policlinico. Circa 10 milioni di euro l’anno verranno così risparmiati a regime. Se non si fosse fatta questa operazione, se essa malauguratamente non fosse più possibile, il default sarebbe alle porte.
Enrico Iachello

giovedì 14 febbraio 2013

Presentazione del libro "Brutti, sporchi e cattivi"

Da sinistra: Enrico Iachello, Ivan Lo Bello, Giovanni Valentini, Enzo Bianco, Lea D'Antone




La presentazione del libro di Giovanni Valentini è stata un'occasione importante. Due storici (con me, anche la prof.ssa Lea D'Antone), un esponente di spicco degli imprenditori, Ivan Lo Bello (che ha rappresentato, durante la presidenza di Confindustria Sicilia, un punto di svolta e di speranza per un rinnovamento della classe imprenditoriale siciliana), un uomo politico che ha rappresentato e rappresenta per Catania il momento politico-amministrativo più rilevante della sua storia attuale, Enzo Bianco, si sono confrontati in realtà sul futuro del Mezzogiorno. Gli scenari appaiono drammatici e proprio per questo occorre attivare da subito le strategie adeguate per invertire la rotta di un processo che rischia altrimenti di essere devastante. Mi sono soffermato sul ruolo che può e deve svolgere l'Università per riproporsi come risorsa per lo sviluppo del Paese. Il confronto è stato proficuo e soprattutto lascia ben sperare per collaborazioni importanti nel futuro.

Enrico Iachello





Coro di notte, Monastero dei Benedettini




mercoledì 13 febbraio 2013

Università e CNR: il dottorato come prima prova di integrazione

(intervento di Daniele Malfitana, direttore Istituto per i beni archeologici e monumentali del CNR, Catania)



Il tema del dottorato di ricerca toccato da Enrico Iachello, alla luce del recente DM dell'8 febbraio, offre l’occasione per consolidare sempre più interesse attorno ad un argomento su cui le Università e gli Enti di ricerca saranno chiamati ad operare già nei prossimi mesi. Sì, anche gli Enti di ricerca: perché il DM appena menzionato, all’art. 2, comma 2, lettere a, d, prevede espressamente che la costruzione del nuovo corso di dottorato debba nascere, anche, da sinergie, consorzi, convenzioni tra università ed enti di ricerca. La necessità di legare sempre più la rete delle università agli enti di ricerca (in primis, la rete degli Istituti del CNR sparsi su tutto il territorio nazionale) è stata sinora molto sostenuta dal Ministro Profumo. Il decreto ministeriale immediatamente precedente (prot. 24786 del 27.11.2012 «Convenzione quadro tra Università ed enti pubblici di ricerca per consentire ai professori e ricercatori universitari a tempo pieno di svolgere attività di ricerca presso un ente pubblico e ai ricercatori di ruolo degli enti pubblici di ricerca di svolgere attività didattica e di ricerca presso Università») va proprio nella direzione di favorire le sinergie, le interazioni, la reciprocità creando quel sistema integrato tra Università ed enti di ricerca sempre auspicato e su cui anche il Presidente del CNR, Luigi Nicolais, sta lavorando tanto. Peraltro, le attività didattiche svolte dai ricercatori degli enti di ricerca potranno concorrere proporzionalmente all'accreditamento delle sedi e dei corsi di studio. Segno evidente che la sinergia è quasi obbligata. Ora, con il DM dell'8 febbraio scorso, la prima occasione di prova che si offre è il dottorato. Su questo tema, credo sia necessario fare squadra. Il coinvolgimento del CNR come altro attore co-gestore del corso di dottorato potrebbe servire anche a "recuperare" risorse per accrescere il numero delle borse oltre ad ottimizzare sforzi ed energie per l’investimento sui giovani ricercatori. La strategia e l'interesse ad attivarsi tempestivamente sul tema, come enunciato da Enrico Iachello nel suo intervento, dunque, sembra condivisibile e sostenibile. Come sicuramente sostenibile è il tema di un possibile futuro dottorato sui "processi di costruzione delle identità territoriali". Un tema strategico capace di radunare competenze diverse e sicuramente risorse diverse creando quelle aggregazioni disciplinari necessarie per la crescita, dell'Università come dell'ente di ricerca. L'esperienza del Polo Archeologico di Palazzo Ingrassia, voluto con forza e lungimiranza direi da Enrico Iachello qualche anno fa e nel quale convivono archeologi e storici del Dipartimento di Scienze Umanistiche ed archeologi e storici dell'Istituto CNR che chi scrive dirige, ci dimostra che già allora si era visto bene anticipando quanto ora sancito dai decreti ministeriali appena pubblicati.

Daniele Malfitana



martedì 12 febbraio 2013

La retorica assemblearista e i reali problemi dell'Ateneo

(Intervento di Antonio Di Grado, pubblicato su «La Sicilia» del 12 febbraio 2012)


Le targhette col mio nome e quelli dei colleghi, accanto al mio studio universitario, si sono staccate. Capita, figuriamoci. Solo che mi dicono che al momento mancano i soldi per comprare la colla.
Perché racconto questo banale episodio? Perché giorni fa, nell’auditorium del monastero dei Benedettini, ho assistito alla sfilata dei candidati alla carica di Rettore. A sentire quasi tutti gli interventi, dei candidati e del pubblico, sembrava di essere all'Assemblea Costituente nel '46, oppure al C.d.A. della Banca d'Italia: si parlava di governance, di investimenti, di magnifiche sorti e progressive. E i due euro per la colla?
Cosa voglio dire? Che non ne posso più di vuota retorica e progettualità da imbonitori, buona solo a nascondere il baratro in cui l'università italiana si sta inabissando e a imitare le televendite di un ex premier ancora prodigo di mendaci promesse. Faceva notare Enrico Iachello, l’unico dei candidati a dire cose concrete e fattibili, che dai primi mesi dell’anno prossimo potrebbero non esserci più fondi per pagare gli stipendi: e noi a menarcela con la governance e con la retorica assemblearista e iperuranica così soavemente (e irresponsabilmente) “di sinistra”!
Rimpiango Totò: «ma mi facci il piacere!»... E voterò per Enrico Iachello.
Ho lavorato accanto a lui in tutti questi anni, gli unici in cui abbia vissuto con gioia e con orgoglio l’appartenenza a una istituzione universitaria sempre più screditata e delegittimata, e non solo per colpa di governanti incolti o di gazzettieri superficiali.
Che questo forte senso d’identità e di appartenenza io l’abbia sperimentato proprio in un momento pre-agonico (soprattutto, ahimè, per le facoltà umanistiche) come questo, lo devo al coraggio, al rigore e all’inventiva con cui Iachello prese in mano anni fa da preside la Facoltà di Lettere, riuscendo tra l'altro ad aprire il nostro splendido monastero al territorio, ad animarlo con continue e prestigiose iniziative artistiche, a fare della Facoltà (caso, credo, unico) un soggetto istituzionale e culturale che recitasse un ruolo da protagonista, talvolta più e meglio degli enti locali in dissesto, nella politica cittadina.
E questo mi pare già da solo un risultato che non solo pochi suoi colleghi possono vantare, costretti come siamo a un ruolo passivo di burocrati e amministratori acritici d’un desolante status quo, ma che lo candida a Rettore di un ateneo che non sia tanto azienda quanto, invece, soggetto culturale attivo e propositivo, in grado di offrire idee e competenze a una società civile sempre più mortificata e malgovernata.
In quest’impresa, dicevo, lo affiancai: anche da vicepreside, anche da responsabile delle attività culturali della Facoltà, ma soprattutto come amico: che è altro e di più di quei ruoli istituzionali, l’amicizia essendo dialettica, talora simbiotica e talora conflittuale, comunque assai più viva e feconda d’una cordata accademica o d’una parentela politica.
E partigiana, come questa mia testimonianza. E perché no, se esser di parte significa prender parte, sposare una causa, sottrarsi al giogo dei potentati, alla rete degli interessi, all’indifferenza omertosa e all’opaca routine che ci stanno condannando all’estinzione?
Intanto, la colla la comprerò io.
Antonio Di Grado

lunedì 11 febbraio 2013

Scelte urgenti a seguito della nuova normativa sul dottorato di ricerca


L'incalzare della decretazione ministeriale conferma in modo evidente le esigenze di concretezza, che ho posto al centro del mio programma e che sto cercando di far emergere anche da parte degli altri candidati, nel corso dei dibattiti.
Dopo l'accreditamento dei corsi di studio (AVA, DM. 47/2013), ecco il decreto per il dottorato di ricerca (DM. 94/2013: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs080213) che – sia pure con le consuete complicazioni – ci spinge nella direzione da me prospettata in vari interventi e ripresa nelle proposte programmatiche. Il dottorato deve diventare parte integrante dell'offerta formativa di un Ateneo che non vuole ‘liceizzarsi’ e vuole invece puntare davvero sulla qualità.  Del resto, ciò è esplicitato anche dall'art. 6 del decreto ministeriale quando, al comma 4, si afferma che l'attività didattica e tutoriale svolta dai docenti nei corsi di dottorato «concorre all'adempimento degli obblighi istituzionali» dei professori e dei ricercatori.
Per il prossimo anno accademico, dopo gli adempimenti di competenza della Corte dei Conti, previsti in tempi brevi, se si vogliono rispettare le scadenze contenute nello stesso decreto, dobbiamo rapidamente compiere le nostre scelte.
In attesa di un ampio e partecipato confronto, che permetta di entrare nel merito delle proposte concrete (di accreditamento e di attivazione) che saranno avanzate dall'Ateneo (quali tematiche, quali ambiti disciplinari, quali curricula coinvolgere in un corso di dottorato?), mi soffermo qui schematicamente su alcuni aspetti di ordine 'generale':

a. l'accreditamento, condizione indispensabile per l'attivazione del corso di dottorato, è subordinato al soddisfacimento di alcuni «requisiti necessari», primo fra tutti la presenza di un «collegio del dottorato, composto da almeno sedici docenti» che debbono aver conseguito risultati di ricerca rilevanti in ambito internazionale, in particolare nel quinquennio precedente la richiesta di accreditamento del corso. Il decreto è chiaro, senza questo requisito non c'è accreditamento e quindi niente corso di dottorato. La mia proposta di affidare le cariche accademiche ai colleghi posizionati nei primi due quartili della graduatoria della produttività scientifica trova qui un’ulteriore ragion d’essere e spinge a modificare quanto prima i regolamenti elettorali in tal senso. Non è proponibile, né credibile che un Ateneo, 'costretto' a puntare sulla produttività e sulla qualità scientifica, sia 'governato' da chi occupa posizioni di scarso prestigio nelle relative graduatorie.

b. fondamentale è innanzitutto la disponibilità di risorse proprie. Occorre infatti – come condizione necessaria – disporre di «congrui e stabili finanziamenti per la sostenibilità del corso», con specifico riferimento alle borse di dottorato, che sono previste nel numero medio di almeno 6 per corso di dottorato attivato dall’Ateneo (e comunque non inferiore a 4 per singolo ciclo). «I soggetti accreditati – ribadisce l'art. 13, comma 1, del decreto – provvedono al finanziamento dei corsi di dottorato».

Il finanziamento ministeriale si avrà solo nell'ambito delle disponibilità finanziarie del Ministero (e temo non siano invero gran cosa, visti i tempi), «senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica», e in modo premiale («sentita l’ANVUR»). Ne consegue che, oltre alla qualità della proposta, occorrerà comunque prevedere un investimento che la renda intanto economicamente sostenibile. Certo, dovremo anche cercare di stipulare convenzioni e di consorziarci con altre sedi. Ma un investimento 'nostro', a tutela di un'offerta 'minima', dobbiamo pur prevederlo. Nel bilancio di previsione per l’esercizio 2013, siamo riusciti, malgrado i nuovi ‘tagli’ ministeriali, a mantenere ferma, per la copertura del nuovo ciclo di dottorato, una posta di due milioni di euro, utili a finanziare – com'è già avvenuto per l’ultimo ciclo di dottorato (il XXVIII) – 40 nuove borse di dottorato con fondi istituzionali di bilancio (altre 40 borse sono state messe a bando, nel 2012, su finanziamenti dedicati: PON, Fondo giovani, convenzioni con enti esterni). Con le regole introdotte dal recente decreto ministeriale, i conti sono presto fatti: in soldoni, possiamo finanziare ‘integralmente’ solo 6 corsi di dottorato. Tenuto conto degli altri finanziamenti dedicati (e presumendo che gli stessi non subiscano alcuna contrazione nel 2013), riusciremmo a far partire soltanto una dozzina di corsi di dottorato (contro i 35 attivati nell'ultimo ciclo). Troppo pochi per un Ateneo che vuole scommettersi sulla qualità. Significherebbe, tra l'altro lasciar fuori intere aree e settori disciplinari, sia pur prestigiosi. Per un'offerta formativa di Ateneo, che guardi veramente al terzo livello come tratto 'forte', dobbiamo almeno provare a raddoppiare la posta in bilancio, per puntare almeno a 22/24 corsi di dottorato, che sono pur sempre una riduzione drastica rispetto a quelli attivati nel 2012. Per farlo, dobbiamo reperire almeno altri 2 milioni di euro. Come? Questo è il problema vero. L'unica via percorribile, attualmente, è data dai risparmi stipendiali provenienti dal personale del Policlinico trasferito sul bilancio regionale. Questa scelta si riconferma ancora una volta vitale, e diviene ancor più evidente la grave irresponsabilità di chi dentro l'Ateneo si pone su posizioni di 'ritorno al passato'.
Questi punti mi paiono al momento quelli su cui concentrarsi prioritariamente.
Per quanto riguarda l'area umanistica 'classica' (cioè le aree 10 e 11, per intenderci), posso  però anche tentare, per aprire una discussione anche nel merito dei corsi di dottorato da attivare, di avanzare una proposta tematica.  Essa, a mio avviso, deve puntare sui ‘Processi di costruzione e di trasformazione delle identità territoriali’, con una precisa specificazione che porti alla valorizzazione e alla fruizione del patrimonio culturale. È solo una proposta tematica per le aree su cui ho specifica competenza; l'avanzo qui, per avviare una discussione, indicando un percorso che si misuri – e ciò vale anche per gli altri settori scientifici del nostro Ateneo – con le esigenze del nostro territorio, in modo che la nostra attività di formazione e di ricerca si qualifichi sempre più come suo fattore di sviluppo.

Enrico Iachello

venerdì 8 febbraio 2013

La necessità della concretezza

Il candidato rettore Enrico Iachello, 7 febbraio 2013




Cari Colleghi,
ho pensato che possa essere utile proporvi un estratto audio della riunione che ieri ha visto impegnati i candidati rettore presso l'Auditorium "Giancarlo De Carlo" del Monastero dei Benedettini.
Ho scelto di condividere con voi i primi dieci minuti del mio intervento di presentazione, perché rappresentano il mio modo di leggere e di affrontare i problemi che riguardano la vita del nostro Ateneo.
Ho intitolato questo post La necessità della concretezza, proprio perché ritengo che in questa campagna elettorale stia mancando la volontà di mettere a fuoco i problemi reali e di proporre delle soluzioni concrete, per puntare invece a discorsi generici, volti a catturare un consenso altrettanto generico e non impegnativo per nessuno, né per il candidato, né per l'elettore. Non possiamo permettercelo, siamo chiamati a cambiare, a sviluppare azioni adeguate per far fronte a una crisi reale che rischia di travolgerci. Il mio intervento, come ascolterete, è  basato su dati precisi, circostanziati, che indicano una strada percorribile, una strategia.

Vi ringrazio per l'attenzione.

Enrico Iachello



clicca qui per ascoltare il file audio




Auditorium "Giancarlo De Carlo" del Monastero dei Benedettini



martedì 5 febbraio 2013

Il CUN e la fiera delle promesse


Sta suscitando attenzione (per pietà, Rettore e candidato Vecchio, non lo inviate più: lo abbiamo avuto nella nostra mail, moltiplicato in invii ripetuti. Va bene, l'abbiamo ricevuto e letto; non è che l'invio multiplo produca effetti 'di rinforzo', al contrario, fa correre il rischio di saturazione) e molto scalpore il documento del CUN sulla situazione dell'Università italiana. E già questo potrebbe essere un merito: portare l'attenzione di un Paese 'distratto' da altre priorità sull'emergenza 'Università'.
Non c'è dubbio, la situazione dell'Università italiana è critica, drammatica. Le poche risorse che lo Stato investiva nel sistema universitario (poche, soprattutto se paragonate al resto dei Paesi europei) si sono ulteriormente assottigliate, ponendo il sistema in seria difficoltà. Occorre, tuttavia, ammettere – ed è difficile farlo da parte di chi opera quotidianamente all’interno del sistema universitario – che è il Paese a essere complessivamente più povero, un Paese che si trova a fare scelte tali da incidere sui bisogni primari della cittadinanza (dalla sanità, al sistema assistenziale nel suo complesso, alle pensioni) e che si pone il problema prioritario di salvaguardare posti di lavoro, rimettendo in discussione diritti che si ritenevano acquisiti per sempre e che ora da più parti si è spinti a ripensare. Non è allora semplice 'distrazione' – rispetto alle vicende universitarie – quella della pur miope classe politica nazionale (sempre più incapace di adottare strategie di lungo periodo). A meno di non volere raccontare favole – e lo stesso Bersani, cioè la sinistra, che dovrebbe essere più sensibile ai problemi dell’istruzione come fattore di mobilità sociale, lo dice chiaramente – il fatto è che ormai occorre definire un quadro complessivo di compatibilità finanziarie. In altri termini, se proponi investimenti ti devi misurare con la loro redditività e soprattutto devi indicare da dove si prendono, da dove si tolgono, le risorse per finanziarli. Questa è oggi la situazione reale. Lo stesso Berlusconi ha dovuto attrezzare in questo modo la sua retorica populista quando ha proposto di restituire in contanti (ridono ancora le fanciulle di Tracia) l'IMU versata dai contribuenti.
Sto cercando di dire che il documento del CUN rischia di approntare l'ennesimo alibi per il sistema universitario, in modo che la 'colpa' non sia mai nostra, ma degli altri, 'cattivi' per definizione. Che importa se dopo Berlusconi è arrivato Monti, un professore universitario? È al servizio delle banche si dice, e così lo si liquida. Ma Bersani? Cioè, la Sinistra con la S maiuscola? Ma vi ricordate Berlinguer (Luigi) e Mussi? Sono stati prodighi di investimenti per il mondo universitario (e non eravamo ancora con lo spread alle stelle, come poi è accaduto)? Non mi pare. Proviamo allora a riflettere con serietà e soprattutto proviamo a partire dalle nostre responsabilità, a meno di non voler mascherare con urla e strepiti le nostre incapacità.
Si mena scandalo per la diminuzione del numero degli iscritti. Certo, in un Paese che ha meno laureati rispetto agli altri Paesi d'Europa, il dato è segno anch'esso di declino. Ma, chiediamoci, da dove nasce questo fenomeno? Non è – come suggerisce, in un interessante articolo su «La Repubblica» del 1 febbraio, Tito Boeri – che si sta sgonfiando la 'bolla' delle iscrizioni alle lauree triennali? Queste avevano prodotto l'illusione di un titolo più a portata di mano per accedere al mercato del lavoro (e il fatto che la diminuzione sia quasi completamente a carico dei diplomati degli istituti professionali, cioè dei giovani dei ceti più disagiati, grida vendetta e rivela quasi il sadismo di un sistema che ha spacciato illussioni per riforme). Nulla di più falso. Colpa solo di chi le ha introdotte o colpa anche nostra che non riusciamo a pensare all'offerta formativa in termini connessi agli sbocchi lavorativi? Il basso numero di laureati inoltre non si lega con l'alto numero di fuori corso? A Catania, poi, è tra i più elevati d'Italia. Di chi la colpa? Del governo 'ladro'? Ma possiamo continuare a non metterci in discussione e a non assumerci le nostre responsabilità? Non dobbiamo ammettere che dovremmo dedicarci di più alla didattica e agli studenti? È più semplice gridare slogan, certo, e tutti 'mettiamo al centro lo studente'. Cambiare passo, no? Non dobbiamo investire risorse umane nel tentativo di recuperare gli studenti a un percorso di studio 'normale'?
Ci stiamo confrontando in una competizione per l'elezione del rettore. E che leggo nei programmi dei miei colleghi candidati? Vecchio propone la panacea delle fondazioni, come se non sapessimo che esse hanno un vero senso solo se attirano risorse private, cosa nel nostro territorio – e ora con questa crisi! – sempre difficilissima. Mentre la legge sulla spending review scoraggia il trasferimento di denaro pubblico alle fondazioni, avviene invece che la Regione Siciliana (governo Lombardo, quello stesso governo regionale che ha quasi azzerato i contributi per le biblioteche universitarie) concede un finanziamento per più di 3 milioni di euro all’Università di Catania, denari che dovrebbero, però, essere gestiti in buona parte proprio attraverso una fondazione, e per di più con riferimento ad attività per le quali certo non mancano competenze nei dipartimenti dell’Ateneo. Su tale questione, il Consiglio di amministrazione del nostro Ateneo, accogliendo unanime l’indicazione del collega Pietropaolo e mia, ha sollecitato il pieno coinvolgimento dei dipartimenti universitari, sottolineando che occorre instaurare con la Regione una proficua e corretta interlocuzione istituzionale, tale da consentire la definizione di linee di priorità strategiche per gli investimenti negli Atenei, al fine di assicurare i servizi essenziali (tra questi, l’acquisto dei libri, appunto). Che senso ha, allora, continuare a parlare di fondazioni, se poi a finanziarle è sempre il denaro pubblico, quello stesso denaro – invero sempre meno e che costa sempre più ‘lacrime e sangue’ al contribuente – che serve prioritariamente a supportare l’attività istituzionale dell’Università, la didattica dei corsi di studio e la ricerca, a partire da quella di base?
Per Pignataro la crisi non c'è, è come se non ci fosse; neppure intravede il rischio di non potere pagare gli stipendi nel 2014. Parla, piuttosto, di investimenti su tutto, dalla ricerca di base al pagamento sin dal primo credito per i ricercatori impegnati in attività didattiche, ma si dimentica di dire da dove ricava i milioni di euro necessari per farlo, all’interno di un bilancio di Ateneo sempre più in sofferenza a causa del crollo verticale del FFO. Pensa di garantire un sostegno adeguato ai corsi di dottorato soprattutto con risorse esterne (di chi? come? dove?), di 'dare nuova professionalità agli impiegati' perché svolgano un ruolo 'proattivo'. Ma con quali risorse, da dove prendiamo i denari? Prevede il collega, a onor del vero 'senza aggravio di costi', di impegnare alcuni docenti 'stabilmente' nella Scuola superiore. Ma se a breve non basteremo a sostenere la nostra offerta formativa in base ai criteri di accreditamento, come sarà possibile? La riduciamo? Non lo dice il collega.
Si, lo so, l’ho già detto, questo è il Paese dove è stata avanzata la ‘proposta choc’ di restituire in contanti l'IMU versata. Ma noi siamo l'Università, dovremmo almeno provare a non scimmiottare i peggiori esempi della demagogia elettorale. Di fronte alla dilagante fiera delle promesse, proviamo – almeno noi – a esercitare il coraggio della verità.
Enrico Iachello